Anonymous said: Quale è la tua diagnosi ?

Non lo so.. urologi e neurologi ne hanno date diverse; psicologi e psichiatri il doppio.

Slika

Lascia, ti prego, che un’ultima volta soltanto dipinga sulla tela 
le linee dolci dei tuoi fianchi, ed uno ad uno 
i tuoi capelli mossi, e che il sapore delle conchiglie, 
dei granelli di sabbia e dell’ocra del tramonto 
li colori da sé, senza ch’io debba far altro che ammirarli. 

Lascia che guardi il rosso del mio sangue spandere 
i propri infidi diluiti tentacoli sul bianco dello sfondo: 
ti prego, non prendere più la mia mano; solo voglio 
che ancora la grazia delle tue linee ed, eterea, la luce 
delle tue iridi risplenda, e purifichi dall’ombra l’anima. 

Fa’ che il sorriso nei tuoi occhi guidi la tristezza dei miei, 
che trascini dopo il naufragio tutti i vetri opachi e 
il sale raschiato via dal tuo corpo, le pietre incastonate 
nella tua pelle di selva fin sulle mie coste, dove dimenticati 
giacciono i legni spezzati e le ossa incrinate, arse sotto la luna eterna. 

Fa’ che dai miei occhi sordi e dagli abissi delle mie solitudini 
ogni singolo tratto tracciato permanga vivo come fiamma, 
superbo e delicato sotto il vento come l’acqua che rigogliosa 
nel centro di questa tela più precaria del mio rifugio avvizzito, 
vivifica e sempre rinnova ogni fibra della tua immensità.

Mémorial

Non appena chiuse la porta dietro di sé, a due mandate, P. lasciò che la sua colonna vertebrale aderisse al legno caldo e schiarito dal tempo e dalla mancanza di sole, e fece un respiro più grande dei suoi polmoni che le si spezzò a metà delle costole. 
Una delle chiavi era leggermente scheggiata, e la sentiva premere dentro la carne tra i jeans e la maglietta. Si stava quasi abituando a quel fascino, e spinse leggermente di più il suo corpo verso l’acciaio.
Inspirò di nuovo, ancora più a fondo, i capelli bagnati dal sole e dal sudore a scorrere piano strappandosi sfibrati a contatto con il noce africano. 
Le venivano sempre più spesso in mente dettagli sconnessi, da chissà quale passato. Chi mai avrebbe potuto dirle che le porte della sua casa erano d’un legno con un nome tanto strano? 

Si asciugò i palmi sui jeans, cercando di non lasciar scivolare il suo corpo assieme ai suoi pensieri. Li strisciò entrambi sulla porta e si fece quel poco di forza necessario per rimettersi in piedi. 
Quando si passò le dita tra i capelli spezzati, si rese conto che stava sudando di nuovo. Se li mise più volte dietro le orecchie, guardandosi solo alcune punte – le sembravano appartenere ad un’altra persona, così corte e rossicce. Forse è soltanto la luce che filtra tra il mogano, pensò tra sé. 
Si sedette sul suo letto singolo, proprio sotto quella finestra che scelse che non avrebbe aperto mai più. Da ogni interstizio entrava una luce che si sarebbe potuta confondere sia con quella del tramonto che con quella del mezzogiorno più ardente: cremisi, i raggi puntellati di polvere e di ricordi. 
Prima di togliersi l’elastico nero dal polso corse con i suoi occhi amaranto attraverso le vene che scorrevano immobili sotto la pelle scura e delicata; le rimase un segno chiaro, quasi un marchio a fuoco, con cui si legò più volte i capelli dietro la nuca. 
Si lasciò cadere sul letto al contrario, vestita, incrociò d’istinto le gambe con le Nike sul cuscino e si portò entrambe le mani al viso, lasciando che le lacrime le scorressero ai lati e le trascinassero via la vista e la ruggine delle ore del passato. Si sentì svuotare, i capelli raccolti premerle leggermente dietro la nuca, l’interno degli occhi bruciare come infiniti spilli sterilizzati ed infuocati, uno ad uno, premuti dentro ogni sentimento che aveva mai provato ed ogni dolore che non avrebbe mai voluto provare più. 

– Ehy, ci sei? – disse dal tono piuttosto sbrigativo una voce femminile di là dalla porta. P. non aveva nemmeno sentito bussare, o forse nessuno s’era mai preoccupato di bussare per lei. Si chiese, uno stupido pensiero come un lampo nel sereno, se fosse mai valsa qualcosa.
Strinse ancora di più le dita alle sue guance. Quella mattina s’era preparata, aveva cercato per tutto il tempo che le era stato concesso di immaginare come avrebbe potuto esser accettata agli occhi degli altri. Non ai suoi, chiusi stretti e rattoppati da aghi infetti e da fili insanguinati. 
Mai ai suoi. 
Si era messa lo smalto che più credeva le potesse star bene, sopra la sua carnagione leggermente scura con cui non era mai scesa a patti. E le sembrava che, goccia dopo goccia, il mondo intero stesse crollando con lei. 
– Che cazzo hai fatto? – disse di nuovo la voce, dopo una lunga pausa. Aveva una sfumatura d’irritazione. 
P. aprì piano i suoi occhi velati. Filtravano una luce ed un caldo di cui ancora non aveva preso coscienza dalle sue finestre; aspettò che la voce ed i passi scomparissero di là dalla porta della sua prigione e, l’unica luce sempre spenta e gli scuri sempre chiusi alla meglio, terminò il suo primo respiro. 

Che cazzo ho fatto? 
Si strappò una manciata di capelli togliendosi di scatto la coda e mettendosi a gambe incrociate sul letto; le rimasero in mano migliaia di fili neri e lisci che sembravano così trasparenti da poterle attraversare le dita una ad una. Si asciugò ancora le mani sui jeans e sentì premerle forte il cellulare sulla coscia destra. Lo tirò fuori ed iniziò a scorrere i nomi, come fantasmi di vite sepolte. 
Avrebbe voluto chiamare chiunque, e quanto più avrebbe voluto chiamare più si convinceva di quanto non fosse mai esistita. Vedeva le sue piccole dita muoversi nella penombra, rischiarate dal calore, le gocce salate scorrerle sopra le vene e dentro le ferite. 
Lasciò cadere il telefono sul suo fianco destro ancora acceso; la luce così forte per quella piccola stanza smise subito d’illuminarla. 
Piegò leggermente la testa, i capelli di nuovo a ricoprirle il viso, e sentì dei passi lenti scorrere sotto la sua stanza. 
Tornano – non pensò ad altro. 
Tornano, e ce ne andremo assieme un’ultima volta
Represse un grido nel centro della gola e strinse forte gli occhi per far sì che le lacrime le entrassero ancor più in profondità nelle iridi e dentro le pupille. Il dolore era l’unico piacere che le era rimasto. 
Sentiva i passi e le voci stringersi sempre più attorno a lei. Si tolse le scarpe e le lasciò cadere disordinatamente sul pavimento scuro ed ancora freddo, si mise sotto il lenzuolo e se lo portò all’altezza delle labbra. Fece un grosso respiro, fino a sentirsi incrinare le costole e scoppiare i polmoni, poi si coprì del tutto. Le voci s’erano attenuate di poco, quasi di nulla; alcune, viscide e pesanti, stavano già attraversando l’intreccio di filato del cotone azzurro, impregnato di ricordi e d’amore. 
Vissi.
Sentiva, sempre sul lato destro, il cellulare premerle tra il corpo nudo ed il muro rovente. 

Meccanicamente aprì la scatolina blu e bianca che teneva sulla testiera del letto. Dovette esporsi, e mentre la sua mano destra sudata tremava cercando tra il lenzuolo ed il legno di salvarsi si sentì avvizzire, come se ogni singola voce le stesse vomitando acido sulla pelle scura e sulle vene limpide. 
P. teneva ogni lametta d’acciaio col filo di platino chiusa nella sua confezione, per evitare di rimanere sola. Solo ora aveva imparato a tenere nel giusto conto gli amici. Chiuse tre volte il lenzuolo attorno al suo pugno, e dentro il suo pugno per tre volte lasciò che il sangue le lavasse il palmo. 
– Hai solo vent’anni – le disse l’ultima voce, tra la porta e la scrivania. Il tono era rilassato. 
Una voce più giovane e compiaciuta quasi s’accavallò: – Spingiti più a fondo. –
P. sentiva solo risate attorno a sé, gli occhi chiusi e stretti tra le lacrime, il sangue sulle lenzuola che avrebbero dovuto proteggerla. 
– Hai già vent’anni –, corresse piano la terza voce. Sembrava vecchia, quasi stanca. 
Lasciatemi? –, riprese la prima. – Davvero pensi ancora di poter.. 
P. lasciò scivolarsi il filo di platino sino al gomito. 
– Oh, sei tu che non ci vedi più abbastanza! – disse la stessa voce, rivolta alla più vecchia. 
– Che ne dite, – rise il giovane, – possiamo aprire un po’ le finestre ora?

Gli ultimi battiti, ali di farfalla, scomparvero nel cielo limpido del pomeriggio assieme allo scorrere della vita ed ai granelli di polvere, sempre più su, bruciare.

Aiuto..

Enfer

Tes mains, qui s’entremêle
avec ses mains.

Avoir vécu sans tes mains,
qui ne se sont jamais entremêlées
avec mes mains.

sicklysatisfied:

Untitled on We Heart Ithttp://weheartit.com/entry/126552105/via/life_fleeting_not_eating
zublime:

Dark and quiet in the shadow of Mt. Fuji, some call Aokigahara Forest Japan’s perfect place—for suicide.
The dense woods have long been associated with death and demons in the country’s mythology, but now Dutch photographer Pieter Ten Hoopen has captured the forest on film in a quest to understand its morbid allure.
Japan has one of the highest suicide rates in the industrialized world: For the past 14 years, more than 30,000 people have killed themselves annually. That’s one suicide every 15 minutes.
Police have also been criticized for being slow to react to what some commentators have called a "nationwide embrace of death” in Japan.
Traces of this death trend are visible in Aokigahara, where the trees grow out of tough, volcanic rock and so many suicides occur that officials conduct sweeps to clean up the leftover pill bottles, diaries, shoes, clothes and—of course—corpses that are often found on the forest floorIt’s hard to navigate the forest, not far from Tokyo, which has become the world’s second most popular place to commit suicide after San Francisco’s Golden Gate Bridge.
So they don’t get lost inside, many visitors leave tape on the ground to mark their traces.
Those who come contemplating suicide often tie white ropes to the trees, just in case they change their minds and need to find their way back.

zublime:

Dark and quiet in the shadow of Mt. Fuji, some call Aokigahara Forest Japan’s perfect place—for suicide.

The dense woods have long been associated with death and demons in the country’s mythology, but now Dutch photographer Pieter Ten Hoopen has captured the forest on film in a quest to understand its morbid allure.

Japan has one of the highest suicide rates in the industrialized world: For the past 14 years, more than 30,000 people have killed themselves annually. That’s one suicide every 15 minutes.

Police have also been criticized for being slow to react to what some commentators have called a "nationwide embrace of death” in Japan.

Traces of this death trend are visible in Aokigahara, where the trees grow out of tough, volcanic rock and so many suicides occur that officials conduct sweeps to clean up the leftover pill bottles, diaries, shoes, clothes and—of course—corpses that are often found on the forest floor

It’s hard to navigate the forest, not far from Tokyo, which has become the world’s second most popular place to commit suicide after San Francisco’s Golden Gate Bridge.

So they don’t get lost inside, many visitors leave tape on the ground to mark their traces.

Those who come contemplating suicide often tie white ropes to the trees, just in case they change their minds and need to find their way back.

(via zublime-deactivated20140716)