Il problema è un ammasso tanto intricato quanto patetico di problemi. Sono malato? Okay. Questa è una giustificazione per il fatto che non ho amici o conoscenti e che sono completamente solo da chissà quanti anni? No. Spesso penso al vero dolore che gli altri provano. Ma io non imparo mai, sono di quegli stupidi che non imparano mai: mi taglio, mi paralizzo il braccio sinistro, mi spavento, due minuti dopo mi faccio un taglio identico al fianco. Penso sia normale comunque perché tutto si riduce ad un fatto: non ho niente d’interessante da offrire, non sono niente d’interessante e nessuno vorrebbe mai spendere tre minuti con me. Okay, sono brutto e ho sempre fatto schifo a tutti ma anche questo mica è una giustificazione, non è che tuttti i brutti stupidi e indisponenti non hanno amici da otto anni e non hanno conoscenti da cinque anni o giù di lì; c’è anche quello stupido, indisponente e limitato (sono sempre io come caratteristiche) che boh, ha una persona con cui parlare, una persona da vedere che accetta le proprie problematiche. Dico per questo che credo ci sia qualcosa di molto profondo e di molto stupido che caratterizzi solo me in quanto coglione, altrimenti qualcuno da qualche parte mi avrebbe aiutato a tenermi con sé.

xlicx:

Perché dormire quando posso piangermi addosso per tutte le scelte sbagliate che ho fatto?

Grētaną

Ancora una volta, i nostri sguardi si sfiorano senza intrecciarsi. 
Abbiamo sceso le scale assieme decine di volte: 
lasciavo che il tuo palmo scorresse sul dorso della mia mano, 
e cercavo di stringere piano le tue dita per non farti mai cadere. 

Spesso il mio sguardo cedeva, e le fossette sulle tue guance 
come lune tagliate a spicchi accompagnavano i tuoi occhi castani 
posarsi dolci su di me, protettivi, delicati come la sabbia di cui sei fatta; 
non ci siamo mai bruciati assieme, ma è come se m’avessi curato ogni volta. 

Piccola, ti facevi grande e mi stringevi forte tra le braccia: 
vedevo le linee rosse delle tue labbra premere ai lati, 
le tue iridi di luce brillare come le stelle senza riflessi. 

Piccola, ti avrei voluta spogliare nuda e lasciarti riposare in ginocchio, 
avere il privilegio di cucirti attorno alle scapole le ali che non hai mai saputo d’avere, 
usare il mio tocco più rarefatto, assorbire il tuo sangue e vivere solo d’esso. 

Spesso seguivo con le dita e con il pensiero le tue vertebre in rilievo: 
le immaginavo una colonna portante d’acciaio, i tuoi capelli mossi e scuri 
come argento e diamanti nelle nostre montagne, ch’io credetti inaccessibili, 
e ricredettomi fui costretto a pagare con il sangue e la fame parte dei miei errori. 

Ancora una volta t’ho vista sorridere e tremare d’emozione, la prima:
spiegare le ali ad un vento caldo che mai percepirò attraverso i miei pori serrati e marci; 
non era mio il tessuto malato ed avvizzito, né la mano tagliata che assorbiva il tuo sangue; 
non era mio il tuo cuore inaccessibile, non il tuo sguardo profondo e sereno come l’oceano che vi bagna.

Anonymous said: Quale è la tua diagnosi ?

Non lo so.. urologi e neurologi ne hanno date diverse; psicologi e psichiatri il doppio.

Slika

Lascia, ti prego, che un’ultima volta soltanto dipinga sulla tela 
le linee dolci dei tuoi fianchi, ed uno ad uno 
i tuoi capelli mossi, e che il sapore delle conchiglie, 
dei granelli di sabbia e dell’ocra del tramonto 
li colori da sé, senza ch’io debba far altro che ammirarli. 

Lascia che guardi il rosso del mio sangue spandere 
i propri infidi diluiti tentacoli sul bianco dello sfondo: 
ti prego, non prendere più la mia mano; solo voglio 
che ancora la grazia delle tue linee ed, eterea, la luce 
delle tue iridi risplenda, e purifichi dall’ombra l’anima. 

Fa’ che il sorriso nei tuoi occhi guidi la tristezza dei miei, 
che trascini dopo il naufragio tutti i vetri opachi e 
il sale raschiato via dal tuo corpo, le pietre incastonate 
nella tua pelle di selva fin sulle mie coste, dove dimenticati 
giacciono i legni spezzati e le ossa incrinate, arse sotto la luna eterna. 

Fa’ che dai miei occhi sordi e dagli abissi delle mie solitudini 
ogni singolo tratto tracciato permanga vivo come fiamma, 
superbo e delicato sotto il vento come l’acqua che rigogliosa 
nel centro di questa tela più precaria del mio rifugio avvizzito, 
vivifica e sempre rinnova ogni fibra della tua immensità.

Mémorial

Non appena chiuse la porta dietro di sé, a due mandate, P. lasciò che la sua colonna vertebrale aderisse al legno caldo e schiarito dal tempo e dalla mancanza di sole, e fece un respiro più grande dei suoi polmoni che le si spezzò a metà delle costole. 
Una delle chiavi era leggermente scheggiata, e la sentiva premere dentro la carne tra i jeans e la maglietta. Si stava quasi abituando a quel fascino, e spinse leggermente di più il suo corpo verso l’acciaio.
Inspirò di nuovo, ancora più a fondo, i capelli bagnati dal sole e dal sudore a scorrere piano strappandosi sfibrati a contatto con il noce africano. 
Le venivano sempre più spesso in mente dettagli sconnessi, da chissà quale passato. Chi mai avrebbe potuto dirle che le porte della sua casa erano d’un legno con un nome tanto strano? 

Si asciugò i palmi sui jeans, cercando di non lasciar scivolare il suo corpo assieme ai suoi pensieri. Li strisciò entrambi sulla porta e si fece quel poco di forza necessario per rimettersi in piedi. 
Quando si passò le dita tra i capelli spezzati, si rese conto che stava sudando di nuovo. Se li mise più volte dietro le orecchie, guardandosi solo alcune punte – le sembravano appartenere ad un’altra persona, così corte e rossicce. Forse è soltanto la luce che filtra tra il mogano, pensò tra sé. 
Si sedette sul suo letto singolo, proprio sotto quella finestra che scelse che non avrebbe aperto mai più. Da ogni interstizio entrava una luce che si sarebbe potuta confondere sia con quella del tramonto che con quella del mezzogiorno più ardente: cremisi, i raggi puntellati di polvere e di ricordi. 
Prima di togliersi l’elastico nero dal polso corse con i suoi occhi amaranto attraverso le vene che scorrevano immobili sotto la pelle scura e delicata; le rimase un segno chiaro, quasi un marchio a fuoco, con cui si legò più volte i capelli dietro la nuca. 
Si lasciò cadere sul letto al contrario, vestita, incrociò d’istinto le gambe con le Nike sul cuscino e si portò entrambe le mani al viso, lasciando che le lacrime le scorressero ai lati e le trascinassero via la vista e la ruggine delle ore del passato. Si sentì svuotare, i capelli raccolti premerle leggermente dietro la nuca, l’interno degli occhi bruciare come infiniti spilli sterilizzati ed infuocati, uno ad uno, premuti dentro ogni sentimento che aveva mai provato ed ogni dolore che non avrebbe mai voluto provare più. 

– Ehy, ci sei? – disse dal tono piuttosto sbrigativo una voce femminile di là dalla porta. P. non aveva nemmeno sentito bussare, o forse nessuno s’era mai preoccupato di bussare per lei. Si chiese, uno stupido pensiero come un lampo nel sereno, se fosse mai valsa qualcosa.
Strinse ancora di più le dita alle sue guance. Quella mattina s’era preparata, aveva cercato per tutto il tempo che le era stato concesso di immaginare come avrebbe potuto esser accettata agli occhi degli altri. Non ai suoi, chiusi stretti e rattoppati da aghi infetti e da fili insanguinati. 
Mai ai suoi. 
Si era messa lo smalto che più credeva le potesse star bene, sopra la sua carnagione leggermente scura con cui non era mai scesa a patti. E le sembrava che, goccia dopo goccia, il mondo intero stesse crollando con lei. 
– Che cazzo hai fatto? – disse di nuovo la voce, dopo una lunga pausa. Aveva una sfumatura d’irritazione. 
P. aprì piano i suoi occhi velati. Filtravano una luce ed un caldo di cui ancora non aveva preso coscienza dalle sue finestre; aspettò che la voce ed i passi scomparissero di là dalla porta della sua prigione e, l’unica luce sempre spenta e gli scuri sempre chiusi alla meglio, terminò il suo primo respiro. 

Che cazzo ho fatto? 
Si strappò una manciata di capelli togliendosi di scatto la coda e mettendosi a gambe incrociate sul letto; le rimasero in mano migliaia di fili neri e lisci che sembravano così trasparenti da poterle attraversare le dita una ad una. Si asciugò ancora le mani sui jeans e sentì premerle forte il cellulare sulla coscia destra. Lo tirò fuori ed iniziò a scorrere i nomi, come fantasmi di vite sepolte. 
Avrebbe voluto chiamare chiunque, e quanto più avrebbe voluto chiamare più si convinceva di quanto non fosse mai esistita. Vedeva le sue piccole dita muoversi nella penombra, rischiarate dal calore, le gocce salate scorrerle sopra le vene e dentro le ferite. 
Lasciò cadere il telefono sul suo fianco destro ancora acceso; la luce così forte per quella piccola stanza smise subito d’illuminarla. 
Piegò leggermente la testa, i capelli di nuovo a ricoprirle il viso, e sentì dei passi lenti scorrere sotto la sua stanza. 
Tornano – non pensò ad altro. 
Tornano, e ce ne andremo assieme un’ultima volta
Represse un grido nel centro della gola e strinse forte gli occhi per far sì che le lacrime le entrassero ancor più in profondità nelle iridi e dentro le pupille. Il dolore era l’unico piacere che le era rimasto. 
Sentiva i passi e le voci stringersi sempre più attorno a lei. Si tolse le scarpe e le lasciò cadere disordinatamente sul pavimento scuro ed ancora freddo, si mise sotto il lenzuolo e se lo portò all’altezza delle labbra. Fece un grosso respiro, fino a sentirsi incrinare le costole e scoppiare i polmoni, poi si coprì del tutto. Le voci s’erano attenuate di poco, quasi di nulla; alcune, viscide e pesanti, stavano già attraversando l’intreccio di filato del cotone azzurro, impregnato di ricordi e d’amore. 
Vissi.
Sentiva, sempre sul lato destro, il cellulare premerle tra il corpo nudo ed il muro rovente. 

Meccanicamente aprì la scatolina blu e bianca che teneva sulla testiera del letto. Dovette esporsi, e mentre la sua mano destra sudata tremava cercando tra il lenzuolo ed il legno di salvarsi si sentì avvizzire, come se ogni singola voce le stesse vomitando acido sulla pelle scura e sulle vene limpide. 
P. teneva ogni lametta d’acciaio col filo di platino chiusa nella sua confezione, per evitare di rimanere sola. Solo ora aveva imparato a tenere nel giusto conto gli amici. Chiuse tre volte il lenzuolo attorno al suo pugno, e dentro il suo pugno per tre volte lasciò che il sangue le lavasse il palmo. 
– Hai solo vent’anni – le disse l’ultima voce, tra la porta e la scrivania. Il tono era rilassato. 
Una voce più giovane e compiaciuta quasi s’accavallò: – Spingiti più a fondo. –
P. sentiva solo risate attorno a sé, gli occhi chiusi e stretti tra le lacrime, il sangue sulle lenzuola che avrebbero dovuto proteggerla. 
– Hai già vent’anni –, corresse piano la terza voce. Sembrava vecchia, quasi stanca. 
Lasciatemi? –, riprese la prima. – Davvero pensi ancora di poter.. 
P. lasciò scivolarsi il filo di platino sino al gomito. 
– Oh, sei tu che non ci vedi più abbastanza! – disse la stessa voce, rivolta alla più vecchia. 
– Che ne dite, – rise il giovane, – possiamo aprire un po’ le finestre ora?

Gli ultimi battiti, ali di farfalla, scomparvero nel cielo limpido del pomeriggio assieme allo scorrere della vita ed ai granelli di polvere, sempre più su, bruciare.

Aiuto..

Enfer

Tes mains, qui s’entremêle
avec ses mains.

Avoir vécu sans tes mains,
qui ne se sont jamais entremêlées
avec mes mains.